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1) PERIODO PREISTORICO - ETRUSCO
Lungo
la valle del fiume Cecina risultano presenti insediamenti produttivi,
in particolare industrie litiche, risalenti al paleolitico e al
musteriano. La presenza umana nel cecinese si consolida durante
l'età del ferro, in epoca villanoviana (900 a.C. circa),
quando la Toscana assunse un ruolo minerario e metallurgico di estrema
importanza per il mondo antico.
Il
territorio costiero della Val di Cecina contribuì alla vita
economica dell'antica Etruria: piccoli nuclei abitativi erano stanziati
lungo il collegamento perpendicolare che da Populonia si addentrava
nell'entroterra, verso Volterra, sfruttando sia la valle del fiume
Cecina che la Val di Cornia. A testimoniare la presenza di comunità
organizzate sono i numerosi siti funerari rinvenuti nei comuni di
Cecina, Casale M.mo, Montescudaio e Bibbona.
Dal
VII - V secolo a.C. nell'Etruria si diffuse la civiltà Etrusca.
Il territorio era chiuso da due corsi d'acqua sorgenti dalla stessa
montagna, l'Arno ed il Tevere, e la costa. La confederazione delle
città etrusche aveva raggiunto già dalla metà
del VII secolo notevole potenza economica a carattere internazionale,
legata segnatamente allo sfruttamento delle miniere di rame della
costa. La ricchezza economica unitamente agli scambi commerciali
con Cipro, la Fenicia, l'Egitto e poi la Grecia, resero possibile
il costituirsi di una civiltà raffinata. Artigiani greci
aprirono in Etruria proprie officine artistiche proseguite da allievi
locali. Tutta l'area della val di Cecina gravitava intorno all'insediamento
di Volterra, città di riferimento politico-amministrativo
strettamente legata con il centro produttivo metallurgico di Populonia
e con la zona costiera corrispondente alla foce del fiume Cecina.
L'Etruria perse il predominio economico e commerciale nel corso
del III secolo a.C. fino a divenire una federazione di centri prevalentemente
agricoli economicamente organizzati come altri della penisola italica.
2)
PERIODO IMPERIALE MEDIEVALE
Nel
corso del I - II secolo a.C. si diffuse nell'Etruria la civiltà
romana. L'attività di escavazione e di lavorazione dei metalli
subì un forte declino poichè il diritto romano sull'uso
dei suoli imponeva l'esclusivo utilizzo ai fini agricoli.
L'attività estrattiva era prevista esclusivamente nelle colonie.
L'Organizzazione produttiva era fondata sulla vasta proprietà
agricola. Il sito più significativo del periodo romano di
età imperiale finoad oggi rinvenuto nel territorio comunale
è rappresentato dalla Villa in località San Vincenzino,
sull'attuale via Ginori. Il complesso che ha avuto continuità
di vita dal I sec. a.C. al IV sec. a.C., èarticolato in numerosi
ambienti ed è caratterizzato dalla presenza di una significativa
area termale collegata ad una cisterna perfettamente conservata.
L'impianto di raccolta delle acque costituisce un'esempio significativo
di impianto idraulico romano per "l'opus" impiegato, il
sistema di filtraggio ed il reticolo di canali di raccolta delle
acque piovane che si snodano sotto l'abitato. L'economia dell'intero
insediamento doveva basarsi sulla coltivazione delle terre del latifondo
e sulla lavorazione dell'olio. Altri ritrovamenti di età
romana sono stati individuati nel territorio comunale anche se mancano
i necessari approfondimenti. La mutazione fondamentale che interessa
il territorio della Bassa Val di Cecina in epoca tardo imperiale
è conseguenza dell'affermarsi dei grandi latifondi: questa
nuova struttura produttiva determinò il progressivo abbandono
delle zone costiere e con esso il loro impaludamento.
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| Quadro
illustrativo della Bassa Val di Cecina nel periodo tardo imperiale
con indicati gli insediamenti, i percorsi e la zona paludosa
costiera. |
Le
zone costiere si trasformarono in luoghi particolarmente insalubri,
condizione che si consolidò in età medievale quando
il territorio della Bassa Val di Cecina divenne tristemente famoso
per la sua naturale ostilità; la presenza della malaria costituì
a lungo l'ostacolo più importante all'insediamento umano
stanziale.
Lungo
la costa da Livorno a Piombino gli unici insediamenti stabili di
controllo e difesa erano le torri costiere di Calafuria, Castiglioncello,
Vada e San Vincenzo; a tal proposito si veda la "Carta della
Toscana marittima da Lucca a Campiglia con i dintorni di Pisa, Livorno
e Volterra" redatta da Leonardo presumibilmente nei primi del
cinquecento. L'insalubrità dei territori costieri determinò
lo spostamento dei percorsi di collegamento nord-sud veros la zona
collinare (Chianni-La Sassa-Peccioli).
Nel
periodo medievale la Val di Cecina fu sede di significativi centri
religiosi dell'ordine Benedettino; furono fondati monasteri in località
Masio nel comune di Bibbona, in località Moxi a Castellina
M.ma, nel territorio di Montescudaio e di Monteverdi. L'ordine religioso
stimolò anche la costruzione di pievi sia nel perimetro dei
castelli sia nel territorio extraurbano distinguendosi per l'utilizzo
della pianta a navata unica anzichè basicale. I castelli di
Riparbella, Montescudaio, Casale, Guardistallo e Bibbona acquistarono
importanza grazie anche alla disponibilità di risorse economiche,
in particolare il legname.
La
maremma settentrionale dal XI sec. divenne parte del contado pisano
che si estendeva fino a Scarlino. Nel 1338 la Repubblica di Pisa
fece
costruire un ponte sul Cecina in corrispondenza del guado che fino
ad allora era superato con l'uso di una chiatta; già nel
1500 tale manufatto non esisteva più.
Fin
dalla seconda metà del '300 i territori della pianura di
Cecina erano possedimenti granducali amministrati dalle comunità
di Riparbella e Bibbona. La tenuta si allargò nel 1549, anno
in cui la comunità di Bibbona cedette in affitto perpetuo
alla Duchessa Eleonora di Toledo una grossa proprietà che
entrò a far parte delle pertinenze granducali.
La
fondazione del Fitto e della Magona del Ferro
Il Granduca Ferdinando I, per avere un controllo amministrativo
sulla possessione, fece costruire nel 1590 un palazzo, Il Fitto,
sulla riva sinistra del fiume ed in corrispondenza di questi fu
eretto, qualche anno più tardi, un ponte di legno. Il Granduca
insediò nel 1596 un forno fusorio in prossimità del
palazzo del Fitto denominato la Magone del ferro che non avrebbe
avuto problemi nell'assicurarsi la fornitura di legname. L'attività
perdurò fino ai primi anni del settecento caratterizzando
il paesaggio per un raggio di otto miglia, entro i quali era esercitato
il diritto esclusivo di taglio dei boschi da parte della ferriera
(il vincolo magonale proibiva di tagliare, smacchiare e fare centine).
Altre ferriere vennero costruite in corrispondenza dell'attuale
cimitero. Piccoli insediamenti produttivi sorsero nel corso del
'600 costituendo un sistema artigianale intimamente relazionato
con il fiume Cecina, elemento fondamentale per il ciclo produttivo
delle varie attività di lavorazione.
Una discreta fonte di reddito erano i capi di bestiame allevati
nei territori della tenuta granducale, mentre l'agricoltura, prevalentemente
cerealicola, poteva essere praticata su una zona limitata di territorio.
Ai Granduchi Cosimo I e Ferdinando I si devono le prime opere di
bonifica nei territori a nord della foce del fiume che ebbero però
scarso rilievo per la mancanza di un disegno coerente a scala territoriale
e per basso livello tecnico delle opere idrauliche realizzate.
La
fondazione della Colonia
Durante la dominazione degli Asburgo-Lorena, iniziata nel
1737 con il Granduca Francesco II, la tenuta di Cecina, unitamente
ai territori limitrofi venne acquistata dal senatore Carlo Ginori.
Quest'ultimo entrò in possesso dei territori nel 1739 con
l'intenzione di colonizzare quei luoghi per lo più coperti
di boschi "che andavano a finire in stagni"; in tal senso
si adoperò per la modifica sostanziale del paesaggio costiero
attraverso opere idrauliche articolate ed estese, nel tentativo
di dissodare i terreni e renderli coltivabili. Fu il matematico
ed idraulico veneto Bernardino Zandrini, tra i più valenti
dell'epoca, a revisionare i progetti per la bonifica sulla base
dei rilievi orografici redatti da G. F. Ciocchi. Lo Zendrini propose
di realizzare un canale parallelo al mare ed a ridosso dei tomboli
che raccogliesse le acque del fosso dei Sorbizzi (nel comune di
Bibbona), del fosso delle tane ( che scende da Casale M.mo) e del
fosso della Madonna e le convogliasse nel Cecina presso la foce.
Il progetto prevedeva la navigabilità del "canale di
gronda" ai fini dell'esportazione dei prodotti del feudo, modificando
in tal modo il vecchio fosso mediceo in uso alle ferriere; l'idea
fu così ostinatamente avversata dalla Magona del ferro al
punto che il Ginori fu costretto ad abbandonare l'impresa, limitandosi
alla rettifica dei fossi delle Tane e della Madonna e alla realizzazione
dei nuovi di Vallescaia e della Cecinella.
Nella prima metà dell'ottocento fu completato il processo
di bonifica del territorio iniziato nel secolo precedente e destinato
a modificare il paesaggio agrario; la popolazione oltre ad aumentare
progressivamente i insediò sempre più nella zone costiera,
grazie alla riacquisita salubrità, modificando la rete infrastrutturale
e la struttura economica.
Il territorio venne misurato e catalogato per la redazione del Catasto,
portato a termine nel 1826.
La tenuta di Cecina, quasi tutta boschiva e appartenente allo Stato,
fu completamente allivellata nel corso di 14 anni, dal 1832 al 1846;
fu l'ngegnere Municchi a redigere il progetto ed organizzare l'opera
di appoderamento. Il territorio della tenuta fu diviso in due zone,
una pianeggiante e feconda che venne allivellata e venduta al pubblico
incanto, l'altra pedecollinare lasciata a bosco per uso della Magona
del Ferro. La metodologia di realizzazione prevedeva l'opera di
taglio del soprassuolo a spese dello Stato, successivamente sotto
la guida del "Sovrintendente alle possessioni granducali"
i terreni venivano divisi in lotti, definiti i tracciati delle strade
e realizzati i canali di drenaggio e di scolo per le acque superficiali.
La prima campagna di allivellazione risale al 1832-1833 ed interessò
i terreni presso il palazzo del Fitto e quelli pianeggianti verso
il mare, il progetto prevedeva la costruzione di 39 case dislocate
nei quattro lotti (poderi) di circa 100 "saccate" l'uno
dislocati nella zona della Cinquantina, del Paduletto, del Giardino
(lungo la sponda destra del fiume Cecina) ed alla Ladronaia.
Alla fine del 1838 venne indetta la seconda campagna di allivellazione
con l'istituzione di 107 preselle di circa 30 "seccate"di
terreno ciascuna (per un totale di 1460 "seccate") e con
l'obbligo di costruire 86 case coloniche. I livellari erano obbligati
a depositare una discreta somma di denaro a garanzia dei lavori
da farsi. Nello stesso periodo viene annullato il divieto di disboscamento
per i terreni a nord della via maremmana, attuale via Aurelia, fino
a quel momento protette ad uso esclusivo della Magona. I terreni
del Paratino e di Collemezzano, entrambi ricadenti sotto il vincolo
delle otto miglia magonali, furono interessati da un importante
progetto di allivellamento nel 1852 con il quale vennero realizzate
62 preselle e numerose case coloniche. I proprietari dei terreni
avevano l'obbligo di porre a coltura i 2/3 del terreno nel caso di piantate
di viti; se invece propendevano per l'olivo il vincolo era di collocare
non più di 80 piante ogni 10.000 braccia quadre e "sistemate
con filari separati"; avevano altresì l'obbligo di realizzare
tutte le opere idrauliche necessarie alla regimazione ed al corretto
scolo delle acque meteoriche.
Per apprezzare l'insieme dei mutamenti avvenuti nel paesaggio costiero
è interessante leggere la breve descrizione dedicata al Fitto
di Cecina contenuta nel Dizionario Corografico della Toscana, compilata
da E.Reperti nel 1850.
"Porta il nome di Fitto di Cecina una vasta possessione del
regio scrittoio delle possessioni con un palazzo costruito presso
il lembo del mare di rimpetto ad un grande stradone che guida sulla
strada regia Maremmana, antica Emilia di Scauro, sulla base del
detto fiume e preso il bel ponte di legno che lo attraversa al suo
maestro, avendo vicina dirimpetto a settentrione la Reale fonderia
del ferro di rio.
Se codesta contrada dieci anni indietro era quasi deserta, attualmente
che trovasi affidata in preselle a dei coltivatori residenti, è
stata convertita in una campagna ridente con un crescente borghetto
sulla strada regia, dove si trovano alberghi, caffè, botteghe
commestibili e di vari mestieri, inclusive una farmacia ed un medico
condotto. Infatti la nuova parrocchia di S. Giuseppe presso il Palazzo
del Fitto di Cecina nel 1845 aveva una popolazione di 1072 abitanti
ripartiti in tre comunità, cioè nella principale di
Bibbona 637, in quella di Monte Scudato 89, mentre nella parte destra
del fiume Cecina 346 individui entravano nella comunità di
Riparbella".
Il governo lorenese dette molta importanza al miglioramento dei
collegamenti e all'apertura di nuove strade, segno questo della
volontà politica di aumentare il valore dei terreni situati
nelle immediate vicinanze delle vie di comunicazione. La strategia
era quella di realizzare un asse stradale dal quale si diramavano
le vie di comunicazioni trasversali con l'entroterra. Tra le opere
pubbliche merita ricordare la rettifica della via Aurelia portata
a termine nel 1828, la rettifica e l'ampliamento della vecchia via
Emilia-Scauri nel 1838 e la realizzazione della strada costiera
fino al confine con lo Stato Pontificio. Nel 1865 erano presenti
nel territorio di Cecina tre strade provinciali: la strada costiera
da Livorno a S. P. in Palazzi, la via Emilia (da Pisa a S.P.Palazzi)
e la strada fondovalle della Val di Cecina. L'abitato del fitto
di Cecina si trovò all'incrocio di più direttrici
di collegamento che contribuirono certamente a determinare il positivo
sviluppo economico del paese. Il territorio comunale (con l'abolizione
del vincolo magonale) era prevalentemente coltivato a vigneti, i
campi si articolano sulla maglia ortogonale della bonifica.
Intorno al palazzo cinquecentesco del Fitto di Cecina durante l'ottocento
si organizzò il tessuto urbano di Cecina; il borghetto sorto lungo
l'asse di collegamento longitudinale (nord/sud) dimostrò,
già dal 1835, un'inattesa vitalità tanto da divenire
il luogo di scambio commerciale ed economico privilegiato per i
paesi collinari -nel 1847 fu istituita la fiera del Fitto di Cecina
e nel 1852 il mercato settimanale che subito si affermò come
centro di smercio dei prodotti agricoli e del bestiame provenienti
dal territorio limitrofo.
Il
corso dell'acqua assunse un ruolo decisivo come via di comunicazione
e come motore dell'economia locale, poiché garantiva il funzionamento
del ciclo produttivo metallurgico: queste relazioni -sociali ed economiche-
sono testimoniate dai numerosi ritrovamenti nel territorio comunale
di monete etrusche provenienti dalle città di Volterra e
Populonia. Con l'affermarsi di una società organizzata il
paesaggio naturale si modificò a seguito delle trasformazioni
economiche: progressivamente ai boschi di lecci (quercus ilex) che
si trovavano prevalentemente in associazione con pino domestico
(pinus pinea) e quercia da sughero (quercus suber), si sostituirono
gradualmente piccoli appezzamenti di terreno coltivabile, mantenuti
tali dalla costante mano d'opera della popolazione insediata,
mediante una
organizzazione comune per mantenere efficiente il sistema degli
scoli a mare delle acque superficiali.
L'opera
di bonifica dette i primi consistenti risultati con il prosciugamento
delle zone palustri a Bibbona e dei ristagni d'acqua in località
Il Laghetto - nei pressi della Magona del Ferro - in località
Il Cedro - da cui deriva il toponimo attuale Cedrino -, il palude
delle Saline e il padule dello Stajo. Contemporaneamente
alle opere idrauliche il Marchese organizzò la colonizzazione
del territorio, fino a quell'epoca spopolato, costruendo un grosso
insediamento finalizzato ad accogliere i contadini delle future
"lavorie" in uno spazio collettivo; il modello ideale
al quale fece riferimento sembra essere il "falansterio autarchico",
soprattutto per le scelte formali e per la diversificazione di attività
che doveva accogliere. Il luogo in cui insediare la colonia venne
scelto nella zone meno salubre, al confine fra la terra ferma ed
il mare nelle immediate vicinanze della foce del fiume Cecina; -in
quell'epoca si credeva che fosse l'evaporazione della mescolanza
di acqua dolce e salata la causa delle febbri alte che portavano
alla morte-. L'edificio venne realizzato velocemente e già
nel marzo del 1741 furono insediati i primi abitanti, provenienti
in gran parte da colonie penali.
Tra
le attività economiche che il feudatario avrebbe voluto far
decollare nella colonia, si ricorda la pesca del corallo e la produzione
della ceramica e porcellana secondo il modello della fabbrica da
lui fondata a Doccia; entrambe non ebbero il seguito sperato.
La bonifica rese possibile organizzare le lavorie della Cinquantina
e di Bibbona, entrambe condotte con il cotratto mezzadrile che concedeva
metà dei terreni in proprietà ai contadini per la
discendenza mascolina. Le colture praticate, abbastanza varie (grano,
semi di lino, orzo, avena), si alternavano secondo i tre cicli del
modello toscano.
I lavoratori erano alloggiati alla colonia di Cecina Mare e nei
sedici poderi collocati lungo la via "che va a Marina"
(attuale via Ginori), su "via delle ferriere nuove" e
nelle lavorie a nord e sud del corso del fiume Cecina. Il territorio
si popolava lentamente attraverso l'insediamento di piccoli edifici
rurali legati al pascolo e all'allevamento. Durante il marchesato
fu data grande importanza alle "piantate": la vigna presso
il palazzo del Fitto fu ripristinata e rinnovata con piante giovani;
nel nuovo podere dell'Orto ai Cavoli furono piantati olivi e viti
per un totale di 10 saccate di terreno; sulla strada del Paratino
fu messa a dimora un'altra vigna; furono alberati gli argini del
gorile della Magona e della via che va a Marina. Grande cura venne
data agli scoli e alle fosse dei campi per mantenere asciutti ed
efficienti i terreni coltivati e non vanificare l'opera di bonifica.
Ginori acquistò anche i Patronati di quattro chiese e il
beneficio dell'oratorio della Madonna della Pietà di Bibbona;
il controllo dei luoghi di culto era sicuramente un fatto
importante
per la corretta amministrazione della popolazione e del territorio.
Il marchesato di Carlo Ginori terminò nel 1749 con la promulgazione
della legge di abolizione dei feudi in Toscana anche se rimase influente
nell'amministrazione del territorio fino al 1754.
Tra il 1765 e il 1790 il Granducato di Toscana fu retto da Pietro
Leopoldo che attuò una politica di intervento sul territorio
e sulle strutture amministrative che interessarono anche la maremma
settentrionale. Il rinnovato interesse per l'ambito costiero si
mostrò evidente negli interventi di bonifica, di rettifica
e di apertura di vie di comunicazione con l'entroterra, con Pisa
e con Livorno.
"Vennero tracciate le linee direttrici, l'orditura fondamentale
dell'attuale morfologia del territorio, perché i canali allora
aperti o rettificati hanno determinato la direzione delle fosse
minori, delle strade campestri, e la disposizione dei campi, costituendo
quindi l'elemento di fondo della geometrizzazione di un suolo in
qualche tratto del tutto vergine, in altre debolmente segnato dalla
presenza umana."
Negli ultimi anni del XVIII secolo il paesaggio costiero della tenuta
di Cecina cambiò aspetto, a seguito anche dei mutati rapporti
economici e di proprietà.
"Il fatto che caratterizza la seconda metà del '700
in questa zona è certamente la suddivisione della proprietà
della terra in un numero maggiore di possessori, e l'affermarsi
di una nuova proprietà grande e media non più assenteista,
ma legata al posto. La grossa proprietà assenteista si ritira
(come nel caso di Carlotti che vende la tenuta di Riparbella a Ginori,
e quello del marchese Incontri di Firenze che nel 1801 vende tutta
la tenuta di Castiglioncello di Bolgheri,
.,a Camillo della
Gherardesca); o manifesta un nuovo interesse della maremmana,
I piccoli e medi proprietari locali aumentano di numero e di sostanze,
grazie alla allivellazione di beni granducali (Bibbona, Campiglia),
di opere pie (Bibbona e Rosignano), in qualche caso di grossi feudari."
Nel 1768 venne edificato il casone della Cinquantina destinato ad
ospitare gli operai avventizi nel periodo della mietitura. Il popolamento
del territorio era determinato da attività economiche stagionali
e i lavoratori si trattenevano per lo stretto necessario. A seguito
degli interventi di bonifica del territorio della zone costiera
fu considerato fonte di risorse significative, alla fine del '700
furono prosciugati i marazzi in località Paduletto. Per progredire
nella messa a coltura del territorio vennero realizzate indagini
e misurazioni da parte dell'ingegnere Calluri; le allivellazioni
iniziarono nel 1780.
Nel 1785 venne istituita la parrocchia della chiesa di Marina, sulla
piazza di fronte alla Colonia del Ginori.
Durante la reggenza francese del Granducato di Toscana (1799-1815),
la tenuta di Cecina, che era tornata ad essere proprietà
granducale nel 1772, venne comprata da Francesco Sassi di Tosa,
banchiere fiorentino, a cui subentrarono vari creditori e successivamente
due notabili di Bibbona: Tommaso Gardini e Benedetto Cancellierei.
La tendenza a popolare le zone costiere si accrebbe con il miglioramento
delle condizioni di salute tanto che gli affetti della malaria cominciavano
progressivamente a diminuire, -il rimedio era il Rosolio medicamentoso,
elaborato dall'estratto di china-. Le opere di bonifica del settecento
cominciavano adesso a produrre tangibilmente ricchezza attraverso
il sensibile aumento delle rese in campo agricolo. I proprietari
terrieri crebbero di numero in numero ed in genere erano liberi
professionisti residenti nei paesi vicini.
La più importante fonte di ricchezza per il territorio collinare
continuava ad essere la macchia mediterranea che nei primi anni
del nuovo secolo venne devastata dal taglio illimitato della felce
(pianta tipica del sottobosco molto ricca di potassa)
La popolazione aumentò considerevolmente dal 1715 allorquando
si contavano nella comunità di Bibbona e del Fitto di Cecina
315 abitanti. Nei primi anni dell'ottocento il granduca Pietro Leopoldo
fece costruire la via Salaiola che da S. P. in Palazzi conduce a
Volterra lungo la valle del Cecina.
Nel
1852 fu costruita la chiesa e istituita la parrocchia di S. Giuseppe
che segnava il limite sud del borgo. La chiesa divenne il riferimento
per il successivo sviluppo del paese, intorno all'edificio si articolarono
nel tempo una serie di spazi pubblici: il municipio , la stazione
ferroviaria, le scuole elementari lungo l'asse ovest, trasversale
all'Aurelia. Le strutture erano connesse da un sistema di piazze
alberate ciascuna delle quali accoglieva una funzione importante
per la comunità - la fiera, le cerimonie religiose, lo svago
- la realizzazione del municipio segnò l'inizio del processo
di distacco dalla comunità di Bibbona, da cui era sempre
dipesa amministrativamente, che terminò con atto ufficiale
nel 1906.
Negli ultimi anni dell'ottocento il nucleo abitato del Fitto di
Cecina fu al centro di significativi interventi di programmazione
territoriale, determinati da interessi economici e dalla necessità
di organizzare la struttura urbana secondo le esigenze della comunità.
Il primo piano è del 1853, e prevedeva la realizzazione di
una piazza alberata -attuale piazza XX Settembre - in corrispondenza
dell'accesso al paese poco a sud del ponte sul fiume (ricostruito
lo stesso anno); il mercato settimanale trovò sede stabile
nella piazza della chiesa. La stazione delle ferrovie fu inaugurata
nel 1863, vi passavano i treni della linea Follonica-Livorno ed
era stazione di testa linea per Volterra.
Il successivo piano del 1886 prevedeva la costruzione della Pretura,
delle carceri, della scuola (1894) e la lottizzazione di un'area
di circa 36.000 mq; la stessa politica si ritrova anche nel progetto
di ampliamento del paese nel 1906 che disegnò la forma urbana
della zona compresa fra le scuole, la chiesa e via Magona.
Nel 1889 fu realizzato il progetto di fognatura del paese di Cecina
tanto che a quella data risultano servite via Ricasoli e via Fitto
Vecchio dove erano collocati i lavatoi pubblici. Nel decennio successivo
la rete fu estesa alla Via Aurelia, dal ponte a via della Latta
e nella zona centrale, davanti alla chiesa fino alla stazione ferroviaria.
Negli ultimi anni del secolo il sistema economico subì alcune
mutazioni significative determinate dalla chiusura dell'ampliamento
industriale che aveva caratterizzato la zona costiera per duecento
anni, la Magona del Ferro (1889). A seguito di ciò aprirono
attività diversificate, tra cui lavorazioni alimentari (pastificio),
la fabbricazione di pipe di radica e fornaci di mattoni lungo il
corso del fiume Cecina. Il nucleo urbano affermò sempre di
più quel ruolo di riferimento per i comuni vicini dal punto
di vista degli scambi commerciali e dell'offerta di servizi.
All'inizio del 1900 le caratteristiche produttive ed economiche
di Cecina erano consolidate, in particolare attraverso la diversificazione
della produzione artigianale, l'attività agricola, le attività
di scambio commerciale e la fornitura di servizi. A questo tessuto
di piccole aziende si affiancò, dopo la chiusura della Magona
del Ferro, una grande industria di trasformazione per l'estrazione
dello zucchero dalla barbabietola; fu la Società Etruria,
con capitali genovesi e livornesi (famiglia Orlando), che dette
avvio a questa attività produttiva che si è protratta
fino ai primi anni ottanta del novecento rappresentando un'importante
fonte di reddito stagionale.
Nel 1915 venne presentato un piano regolatore redatto dall'ing.
E. Giambastiani che interessò la porzione di territorio compresa
fra la via Aurelia -già Emilia- e la ferrovia fino a via
della Latta. Pochi anni più tardi venne presentato il progetto
del viale di collegamento fra Cecina e Marina che venne realizzato
solo nel 1933.
Negli
anni venti del novecento aumentarono notevolmente i prezzi dei fitti
-che raggiunsero i livelli di quelli della città di Livorno;
- contemporaneamente si affermò l'attività turistica
con conseguente interesse per le aree limitrofe alla costa; ciò
fu di particolare stimolo per la realizzazione, nel 1925, di un
piano per Marina. Il progetto prevedeva la demolizione delle strutture
demaniali a favore della residenza nell'area compresa fra la chiesa
e il viale della Repubblica -.
La frazione di S. Pietro in Palazzi collocata all'incrocio di tre
grosse arterie di comunicazione -la via Emilia, la via Aurelia e
la Salaiola per Volterra - durante i primi decenni del novecento
si sviluppò dapprima linearmente lungo l'Aurelia, successivamente
secondo la tipica struttura a maglia del capoluogo.
Tra la prima e la seconda guerra mondiale si verificò un
cambiamento significativo nella produzione agricola che passa dal
primato cerealicolo alla coltivazione di ortaggi, di prodotti per
animali, di vitigni ed olivi.
L'abitato di Cecina si caratterizza per la sua vocazione commerciale,
organizzando al suo interno attività sia artigianali che
di semplice distribuzione, e per la fornitura di servizi alla popolazione,
allargando il bacino di interesse oltre il confine provinciale.
La struttura della città, consolidatasi nella prima metà
del novecento attraverso un'attenta politica di pianificazione,
subisce la prima forma di compromissione già con gli eventi
che precedono il secondo conflitto mondiale.
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| Stato
del Paese di Cecina nel 1882,
fonte archivio di Stato di Livorno. |
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